Immagine di repertorio
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Stanza 1, si comincia il giro. Mi accolgono due occhi luminosi, un sorriso sulle labbra, un volto solcato da così tante rughe che nemmeno riesci a contarle: Loretta, uno scricciolo di donna…ci dà dei briganti perché le togliamo la coperta per visitarla. Si scusa perchè non ha fatto in tempo a preparare da mangiare per tutti, come facciamo oggi? Non preoccuparti Loretta, il pranzo è domani!

Da lontano scruto Emilio, novant’anni, un po’ burbero, ma si scioglie alla minima gentilezza. Un latin lover dei tempi antichi, che mentre percorre il corridoio con la sua andatura incerta, a passi piccoli e svelti, un po’ traballante, si ferma a parlare con tutte le signore che incontra.

Nella stanza 6 trovo Caino, solo al mondo, tutto pelle e ossa, un rifiuto quasi totale del cibo, tre capelli in croce sulla testa, il sorriso sempre stampato sul volto, la sua parlantina sbiascicata. Stretta di mano e poi comincia la sfilza di saluti in tutte le lingue che conosce…Bye Bye Caino, Auf Wiedersehen, Ciao…

Albertina con il suo cuore malandato, acciaccato, rattoppato…che ha deciso di scompensarsi la vigilia di Natale, ha deciso di tenerci col fiato sospeso per settimane. 

La sua vicina, Zoe, 97 anni, purtroppo non ce l’ha fatta. La fragilità del suo corpo non le ha permesso di continuare il viaggio. Abbiamo percorso insieme l’ultimo tratto di strada e abbiamo vegliato su di lei negli ultimi istanti. 

Queste sono solo alcune delle tante storie di persone con cui abbiamo condiviso un pezzo di strada qui in una CRA Covid di Ravenna (i nomi sono tutti di fantasia). Da raccontare ce ne sarebbero tante altre. 

Ogni mattina, mi sentivo dire: dottoressa, io sto bene qui, ma quando potrò tornare a casa? Dottoressa io mi sento pronta a tornare a casa! Dottoressa ma come mai sono ancora qui? Mi sono interrogata sulla casa, su quanto è radicata in noi l’esigenza di una casa, di un posto dove tornare. E non parliamo di quattro mura…parliamo di una casa di ciccia, di affetti, di abbracci, di occhi, di orecchie…E io che “casa” riesco a essere? Per mio marito, per i miei familiari, per i miei amici. Anche per questi pazienti, come posso alleviare questa mancanza?

Ci sono stati momenti di grande fatica in questi mesi, aver a che fare con la sofferenza degli altri non è semplice, non la puoi chiudere sotto chiave quando torni a casa…a volte sta lì, bussa alla porta anche se non sai perché proprio quel giorno, proprio quella persona. A volte ti tormenta la notte, ti tiene sveglia, ti preoccupa, ti mantiene inquieta. A volte è il dolore grande di dover dare brutte notizie, a volte è comunicare che la persona è salita in cielo.  Sono dolori che non lasciano mai indifferenti, ti scuotono sempre, ma piano piano bisogna imparare a collocarli nel giusto posto. Mi risuonano in testa le parole di Etty Hillesum che diceva che “Si vorrebbe essere un balsamo per tante ferite”, ma quando il dolore è tanto ed è difficile da sopportare l’unica cosa che possiamo fare è cercare di custodire la casa di Dio in noi perché solo Lui può dare un senso al dolore, può farsene carico e alleggerirci, può renderlo “collocazione provvisoria”. 

Un aspetto molto bello e di cui sono molto grata, è la possibilità di lavorare insieme, fianco a fianco, con le infermiere e gli operatori del reparto. Vedere così tante persone che hanno volontariamente scelto di lavorare in un nucleo covid mi ha commosso, vedere la dedizione con cui lavorano, con cui ci scambiamo informazioni preziose. La stessa gratitudine va ai miei colleghi medici con cui condividiamo tutto, gioie e dolori, dubbi e terapie. 

Abbiamo avuto diversi pazienti nella fase terminale della vita (per i più svariati motivi, spesso oncologici, in cui il covid era solo di contorno), pazienti che abbiamo accompagnato fino all’ultimo respiro. 

Sono stati momenti molto intensi, molto dolorosi per tutti, difficili per il paziente ricoverato che aveva la famiglia lontana, difficili per i familiari e anche per noi che dovevamo essere quanto più possibile un balsamo per le ferite di entrambe le parti. Abbiamo cercato di compensare la lontananza con videochiamate, telefonate, qualche volta è stato possibile un incontro attraverso un vetro o di persona, con tutte le precauzioni del caso.

Ma sono le parole di Cicely Saunders, infermiera e medico, una delle fondatrici delle cure palliative che mi riecheggiano in testa e sono diventate il centro della mia Quaresima: “Nelle parole che Gesù pronuncia durante la Passione (“se è possibile” e “Dio mio perché mi hai abbandonato?”) è posto il fondamento. Per quanto grande sia il dolore o la vergogna in cui possiamo trovarci essi non sono mai senza fine, Egli è andato ancora più in fondo, per farci passare di là. 

In quei momenti Gesù dice: Vegliate con me. Non chiede altro, solo di vegliare; questa è la sua semplice, ma costosa richiesta. Nel vegliare impariamo non solo come capire i pazienti, come togliere il dolore, ma anche come stare in silenzio, come ascoltare, come esserci. Nel comprendere ciò capiamo anche che il lavoro non è affatto nostro”. Francesca Ghetti, medico in una Cra Covid di Ravenna